
Venivano da Stalettì e passavano le notti nel villaggio rurale, in attesa che qualche proprietario li prendesse a lavorare. Dormivano nella “casa do metitura” al bivio per Botricello Soprano, “a lu vurvinu” e quando non trovavano posto all’interno dormivano all’aperto, sotto le stelle nelle caldi notte estive. La sera sul tardi, i possidenti di Botricello mandavano i caporali alla casa del mietitore per assoldare i braccianti e la loro paga non era granché, ma oltre a qualche pugno di spiccioli, c’era chi dava da mangiare per la giornata nei campi: pane, acqua, patate bollite e cipolle, che venivano condite con olio sale e aceto. Questi poveri e onesti lavoratori passavano da un padrone all’altro, dal Marchese De Riso a Iannone, dal Barone De Grazia a Traversa e a Colucci. Al termine delle messi, poi, tornavano a Stalettì o negli atri paesi di provenienza, qualcuno in sella ad un asino e qualcun’altro a piedi. Mieti oggi e mieti domani, molti di loro, folgorati dalla grande bellezza del territorio che digrada dolcemente a mare, decisero di stabilirsi a Botricello: terra fertile di grano sopra un colle d’aria buona. Per alcuni di loro, dormire all’aperto, era come lasciarsi abbracciare dalle ricche spighe di grano, nutrendosi del biondo profumo di terra e facendosi accarezzare dal tiepido vento dello Ionio. Botricello è la mia terra, un posto speciale, un piccolo mondo “perfetto” che amerò per sempre. Ne conosco ogni suono e ogni profumo… e ogni cosa mi parla di Lei. La mia terra non la posso scordare! Ritorna continuamente nei miei sogni e nei miei ricordi… e io mi sento sempre un piccolo Ulisse.